Il credito welfare non utilizzato segue le regole del piano che lo ha generato: il regolamento o l'accordo aziendale decidono se il residuo viene riportato all'anno successivo, destinato alla previdenza complementare, versato in un fondo collettivo o azzerato alla scadenza. Non può mai essere convertito in denaro nel welfare on top. La prima verifica riguarda il regolamento, non il calendario.
Quasi un dipendente britannico su due, il 49%, non ha utilizzato tutti i benefit disponibili nell'anno precedente: è il tasso più alto in Europa secondo il Great Employee Benefits Study 2026 di Epassi. Lo stesso meccanismo attraversa il mercato italiano del welfare aziendale, dove il 92% delle imprese medio-grandi ha attivato forme di welfare.
Il residuo che compare a dicembre è la somma dei mesi in cui una persona ha aperto la piattaforma, non ha riconosciuto nulla che le somigliasse e l'ha richiusa.
Dipende da quello che il regolamento aziendale o l'accordo hanno stabilito quando il piano è stato scritto. Le destinazioni possibili sono quattro:
La scelta va indicata nel regolamento all'avvio del piano e resta valida fino alla sua scadenza. «Scade il 31 dicembre» è una consuetudine diffusa, non una regola generale.
L'Agenzia delle Entrate, con la risposta n. 311 del 30 aprile 2021, ha ammesso che il credito non utilizzato nel primo anno possa essere cumulato con quello maturato nel secondo, dentro il limite temporale di validità del piano e a condizione che le somme non siano in alcun caso convertibili in denaro.
| Destinazione del residuo | Quando è possibile | Cosa cambia per chi lavora |
|---|---|---|
| Riporto all'anno successivo | Il regolamento lo prevede e il riporto resta dentro il limite temporale di validità del piano | Il residuo si somma al nuovo budget e resta spendibile |
| Previdenza complementare | Accordo e regolamento lo consentono, coordinandosi con il fondo pensione e con i limiti di deducibilità | Il valore si sposta avanti nel tempo invece di sparire |
| Azzeramento alla scadenza | Il piano non prevede alternative al termine della validità | Il valore assegnato non raggiunge la persona e resta all'azienda |
| Conversione in denaro | Esclusa nel welfare on top. Praticabile solo quando il credito nasce da un premio di risultato convertito | Le somme rientrano nella tassazione applicabile al premio e il netto scende |
Cento euro riportati restano un'opportunità. Cento euro azzerati sono welfare che l'azienda ha già pagato e che nessuno ha vissuto. La distanza tra i due esiti si gioca in una riga di regolamento scritta l'anno prima.
Un budget che nasce dal CCNL, uno che nasce da un regolamento aziendale e uno che deriva dalla conversione di un premio di risultato non seguono le stesse regole quando restano fermi.
Il welfare contrattuale ha date proprie:
No, nel welfare on top. Il credito che l'azienda aggiunge alla retribuzione non può essere trasformato in stipendio: la conversione in denaro fa venire meno il regime dell'articolo 51 del TUIR e riporta le somme nel reddito di lavoro dipendente ordinario.
Fa eccezione solo il credito nato dalla conversione di un premio di risultato, che può tornare in denaro con la tassazione prevista per il premio.
Il principio è quello di onnicomprensività del comma 1: quando il valore diventa denaro, torna a essere retribuzione. È la domanda che a novembre arriva più spesso agli uffici del personale, e la risposta dipende da dove nasce il budget.
Per il credito da premio di risultato convertito, nel 2026 la strada è cambiata. La Legge di Bilancio 2026 ha portato l'imposta sostitutiva sui premi di produttività dal 5% all'1% per il 2026 e il 2027, alzando da 3.000 a 5.000 euro il limite annuo agevolabile. Il vantaggio fiscale del welfare rispetto al premio in denaro si è assottigliato. Quello che resta al welfare è la rilevanza: un servizio scelto perché serve vale ancora quanto la spesa che toglie di mezzo. Il confronto numerico tra le due strade è nell'articolo dedicato al premio di risultato in busta paga o welfare aziendale.
Vincoli propri valgono anche per i voucher già emessi. I documenti di legittimazione disciplinati dall'articolo 6 del DM 25 marzo 2016 sono nominativi, non utilizzabili da persona diversa dal titolare, non cedibili né monetizzabili, e danno diritto a un solo bene o servizio per l'intero valore nominale, senza integrazioni a carico di chi li riceve.
Una parte del credito può essere spesa in beni e servizi che rientrano nei fringe benefit, con la soglia di non imponibilità confermata anche per il 2026 a 1.000 euro annui, elevata a 2.000 euro per chi ha figli fiscalmente a carico. La soglia funziona come una franchigia che salta: un euro oltre il limite rende imponibile l'intero valore erogato nell'anno.
Il credito non resta fermo perché le persone se ne dimenticano. Resta fermo quando quello che possono comprare non assomiglia a quello che stanno vivendo.
Il divario è documentato: il Great Employee Benefits Study 2025, realizzato da Epassi con Pole Star Advisory e i ricercatori della Aalto University School of Business su 6.000 dipendenti e 1.435 tra dirigenti e responsabili del personale, registra un 77% di aziende convinte di offrire soluzioni di welfare efficaci a fronte di un 54% di persone che condivide quel giudizio.
Great Employee Benefits Study 2025 e 2026 · IX Rapporto Censis-Eudaimon 2026
Quanto welfare resta fermo, e quanto lontano è dalle persone
|
49%
dipendenti britannici che nell'anno precedente non hanno utilizzato tutti i benefit disponibili, il tasso più alto in Europa
|
54%
persone che riconoscono come efficaci le soluzioni di welfare ricevute, a fronte del 77% delle aziende convinte di offrirle
|
4 su 10
aziende italiane che riescono a costruire piani realmente su misura sui bisogni di chi lavora
|
Efficacia percepita del welfare
Ventitré punti separano quello che un'azienda crede di aver dato da quello che le persone riconoscono di aver ricevuto.
|
87,3%
aziende italiane che considerano il welfare una leva per attrarre e trattenere
|
81,9%
lavoratori italiani che conoscono il welfare aziendale, contro il 59,1% del 2018
|
70%
datori di lavoro europei che stanno aumentando gli investimenti in benefit
|
Secondo il IX Rapporto Eudaimon-Censis 2026 l'87,3% delle imprese considera il welfare essenziale per attrarre e trattenere le persone, e il 92% ne ha attivato qualche forma.
Eppure il residuo resta un problema aperto, perché sapere che il welfare esiste è una cosa e riconoscere, in un martedì di ottobre, che una spesa già sostenuta rientra nel proprio piano è un'altra. Chi ha pagato un abbonamento o una visita non cerca «welfare family» o «welfare salute» nel catalogo: cerca di capire se quella ricevuta si può caricare, ed entro quando.
Il residuo si riduce distribuendo lungo l'anno tre informazioni: quanto credito resta, cosa è utilizzabile in quel momento, che fine farà ciò che avanza.
Un promemoria inviato il 15 dicembre arriva quando il problema ha già dieci mesi: davanti alla persona restano due settimane, un catalogo mai esplorato e la sensazione di dover spendere per non perdere. La fretta produce scelte che nessuno ricorda a gennaio.
Le tre informazioni funzionano se sono precise. Il credito residuo va espresso in rapporto a quello iniziale e non solo in valore assoluto.
Ciò che è utilizzabile va agganciato a spese che stanno già succedendo. Il destino del residuo va spiegato distinguendo con chiarezza riporto, previdenza complementare e perdita del credito.
| Quando | Cosa fare | A cosa serve |
|---|---|---|
| Marzo | Leggere i quattro numeri del piano: accessi, credito utilizzato, categorie scelte, residuo medio | Capire dove si blocca il piano quando c'è ancora tempo per intervenire |
| Settembre | Agganciare le comunicazioni alle spese che stanno già succedendo: rientro a scuola, sport dei figli, visite, abbonamenti | Trasformare una ricevuta già in tasca in un utilizzo del credito |
| Novembre | Ricordare i termini di caricamento dei rimborsi, che quasi mai coincidono con la scadenza del credito, e cosa succede al residuo | Evitare che chi ha speso perda il rimborso per una data mancata |
I quattro numeri di marzo dicono dove si blocca un piano: quante persone hanno effettuato almeno un accesso, quale percentuale di credito è stata utilizzata, quali categorie sono state scelte davvero, quanto vale il residuo medio.
Molti accessi e poca spesa segnalano un catalogo che non incontra i bisogni reali. Pochi accessi raccontano un problema più a monte: nel piano le persone non sono ancora entrate. Letti a marzo, questi numeri indicano dove intervenire. Letti a dicembre, certificano un risultato.
Cosa succede se non spendo il welfare aziendale?
Decide il regolamento o l'accordo che ha generato il credito. Le strade più diffuse sono il riporto all'anno successivo, la destinazione alla previdenza complementare, la confluenza in un fondo collettivo e l'azzeramento alla scadenza. Vale la pena leggere quella parte del regolamento a inizio anno, quando il residuo si può ancora usare.
I buoni welfare scadono?
Il credito del piano e il singolo voucher già emesso hanno due date diverse: il piano ha la propria validità, il buono una scadenza sua. I voucher welfare sono inoltre nominativi, utilizzabili solo dal titolare e non cedibili a terzi, secondo l'articolo 6 del DM 25 marzo 2016.
Cosa succede al credito welfare se cambio lavoro o vado in pensione?
Il credito non si trasforma in denaro alla cessazione del rapporto e, di norma, va speso prima della data di uscita. Alcuni regolamenti prevedono una finestra di utilizzo dopo la cessazione o il versamento del residuo alla previdenza complementare: è la prima cosa da verificare quando si conosce la data. Per il credito da premio di risultato convertito valgono le regole dell'accordo che lo ha istituito.
Come posso recuperare i rimborsi del welfare aziendale?
Una spesa rimborsabile va caricata con la documentazione richiesta entro i termini fissati dal piano, che quasi mai coincidono con la scadenza del credito. Quando il termine è passato non esiste un diritto generale al recupero: resta da verificare se il regolamento apre una finestra successiva o consente il riporto.
Come trasferire il credito welfare?
Il credito resta legato alla persona a cui è stato assegnato e non passa a un collega. Il trasferimento possibile è temporale: l'Agenzia delle Entrate, con la risposta n. 311 del 30 aprile 2021, considera cumulabile il credito non utilizzato con quello dell'anno successivo, dentro la validità del piano e a condizione che le somme non siano convertibili in denaro.