“Il vero valore del welfare non sta solo nell’offrire servizi, ma nel saper stare accanto alle persone con gli strumenti giusti, nel momento giusto.”
Alessandro Baracchi, HR Specialist – ufficio Welfare
Una cultura della cura che parte dalle persone
In Credem abbiamo sempre considerato il benessere delle persone come una parte integrante del modo di fare impresa. Non un elemento accessorio, non un insieme di iniziative parallele, ma una componente concreta della nostra cultura organizzativa. Nel tempo abbiamo lavorato per costruire un sistema di people care capace di crescere insieme ai bisogni delle persone, integrando servizi, strumenti e progettualità in modo sempre più coerente.
Quando il welfare smette di essere solo un’opportunità normativa
Un passaggio decisivo è arrivato con le leggi di bilancio del 2016, che hanno introdotto i flexible benefit e aperto una nuova fase per molte aziende. Anche per noi quello è stato un momento importante: da una parte emergeva l’esigenza di dare alle persone la possibilità di utilizzare in modo semplice ed efficace i premi di risultato, dall’altra si apriva l’occasione per strutturare meglio il nostro approccio al welfare.
Ci siamo resi conto subito che non bastava una soluzione tecnica. Avevamo bisogno di un partner affidabile, capace di accompagnarci nell’implementazione operativa ma anche di aiutarci a trasformare uno strumento in un’esperienza realmente utile per le persone.
Andare oltre il catalogo dei servizi
La sfida iniziale era rispondere in modo rapido e solido a un cambiamento normativo importante. Ma presto abbiamo capito che il punto non era solo questo. Il rischio, in questi casi, è fermarsi a una logica di pura erogazione: un insieme di opzioni disponibili, magari anche ben costruite, ma poco integrate con la cultura aziendale e poco connesse ai bisogni reali delle persone.
Per noi, invece, il welfare doveva diventare qualcosa di più: uno strumento capace di dialogare con il nostro modello di people care, di evolvere nel tempo e di generare valore non solo sul piano individuale, ma anche su quello collettivo e sociale.
Una partnership che cresce e si integra
La collaborazione con Epassi Italia è nata proprio in questo scenario. All’inizio il focus era soprattutto sui flexible benefit, ma negli anni il rapporto si è consolidato fino a diventare molto più ampio. Il percorso ci ha portato progressivamente a una maggiore integrazione dei servizi e dei contenuti, fino a ospitare il nostro people care all’interno del portale Epassi Italia.
Questo passaggio è stato importante perché ci ha consentito di mettere a sistema strumenti, processi e contenuti in modo più coerente. Ma c’è stato un altro elemento altrettanto rilevante: il confronto continuo con altre esperienze aziendali, reso possibile anche dalla relazione costruita nel tempo. Da questa contaminazione sono nate idee nuove, osservazioni utili, stimoli concreti.
Tra i progetti che meglio raccontano questa evoluzione c’è “Un giorno per gli altri”, la nostra iniziativa di volontariato aziendale.
“Un giorno per gli altri”: dal welfare individuale al welfare per la comunità
L’idea di questo progetto nasce da un intreccio di fattori. Da un lato arrivavano segnali molto chiari dalle nostre persone: attenzione al sociale, desiderio di contribuire, disponibilità a mettere a disposizione tempo ed energie per iniziative con un impatto più ampio. Dall’altro sentivamo crescere, anche a livello aziendale, l’esigenza di allargare lo sguardo e di trasformare il welfare in una leva capace di generare valore anche per gli altri.
È in questo passaggio che un welfare pensato per la persona diventa anche un welfare rivolto alla comunità.
Con “Un giorno per gli altri” abbiamo offerto alle nostre persone la possibilità di dedicare una giornata lavorativa ad attività di volontariato presso un’associazione, usufruendo di un permesso retribuito. Il network delle associazioni è gestito dalla Fondazione Sodalitas, che agisce da intermediario tra aziende e terzo settore. In questo progetto Eudaimon ha avuto un ruolo importante sia come fonte di ispirazione, sia come abilitatore concreto, mettendo a disposizione una piattaforma gestionale che ci ha permesso di raccogliere e organizzare le richieste e di offrire opportunità diffuse sul territorio nazionale.
Un’idea giusta, resa attivabile nel momento giusto
Quando una partnership è solida e costruita nel tempo, anche la velocità con cui un progetto prende forma cambia. Per noi questo è stato un elemento decisivo. Avere accanto un partner che conosceva già l’azienda e che aveva esperienza su soluzioni simili ci ha permesso di arrivare rapidamente a una proposta funzionante, riducendo il time to market e rendendo attivabile in tempi brevi un progetto importante.
Più che inventare da zero, abbiamo potuto far evolvere un’idea in una soluzione concreta e ben strutturata.
La forza del progetto si è vista anche nei momenti più complessi. Durante il COVID-19, per esempio, l’iniziativa ha saputo adattarsi e continuare a vivere anche attraverso modalità da remoto. Questo, per noi, è stato un segnale molto chiaro: non si trattava di un’attività episodica, ma di una progettualità solida, capace di restare significativa anche quando il contesto cambiava radicalmente.
I numeri che raccontano una cultura
I risultati ci restituiscono la misura concreta del percorso fatto. Il programma ha coinvolto più di 700 persone e oltre 50 associazioni, generando un impatto tangibile sia all’interno dell’azienda sia nei territori.
Ma i numeri, da soli, non bastano a spiegare il valore dell’iniziativa. “Un giorno per gli altri” ha contribuito a rafforzare la nostra reputazione, ha creato connessioni con realtà associative locali, ha ampliato il significato stesso del welfare e ha reso ancora più visibile il legame tra cura delle persone, responsabilità sociale e presenza sul territorio. Anche la scelta di accompagnare l’iniziativa con una donazione per l’ospitalità dei dipendenti va in questa direzione: costruire relazioni di valore e non semplici occasioni di partecipazione.
Dal welfare reattivo al welfare predittivo
Oggi guardiamo al futuro del welfare con una convinzione chiara: non sarà sufficiente offrire un buon insieme di servizi. Le persone si aspettano sempre di più che l’azienda sappia accompagnarle, orientarle e attivarsi in modo tempestivo rispetto ai loro bisogni.
Per questo in Credem stiamo lavorando sul concetto di predittività. L’obiettivo è costruire un sistema capace di leggere i bisogni prima ancora che vengano espressi, grazie a un data warehouse che ci aiuti a individuare i momenti di vita più rilevanti e a proporre in anticipo i servizi più adatti.
Il punto non è solo sapere cosa offrire, ma capire quando farlo.
Se una persona comunica, per esempio, una gravidanza, dobbiamo essere in grado di accompagnarla in modo tempestivo con informazioni, servizi e opportunità coerenti con quella fase della vita. Questo significa spostarsi da una logica passiva, in cui il welfare aspetta una richiesta, a una logica proattiva, in cui l’azienda sa prendersi cura in anticipo.
Il welfare come leva di attrazione, retention e coerenza culturale
Credo che il welfare aziendale avrà un ruolo sempre più importante nella capacità delle aziende di attrarre talenti, rafforzare l’employer branding e migliorare la retention. Le persone sono sempre più attente all’equilibrio tra vita e lavoro e sempre più sensibili alla qualità dell’esperienza che l’azienda sa costruire attorno a loro.
Per questo il welfare, da solo, non basta. Deve essere sostenuto da una politica aziendale coerente, da una cultura autentica del caring e da una capacità concreta di attivarsi. Servono quantità e qualità dei servizi, certo, ma serve soprattutto la capacità di accompagnare. È lì che, a mio avviso, si giocherà la vera differenza nei prossimi anni.