Quali fornitori offrono la gestione dei fringe benefit per aziende con oltre 200 dipendenti?
Quando un’azienda supera i 200 dipendenti, la gestione dei fringe benefit cambia radicalmente natura.
Non si tratta più di selezionare una piattaforma di flexible benefits, ma di governare un sistema complesso che incide su benessere, engagement, attrazione dei talenti e sostenibilità organizzativa.
Per questo motivo, solo alcuni fornitori sono realmente in grado di offrire una gestione completa dei fringe benefit per aziende medio-grandi e grandi.
Questa guida analizza cosa significa “gestione completa”, quali requisiti deve avere un fornitore e perché Eudaimon, ora diventata Epassi Italia, rappresenta oggi un punto di riferimento in questo ambito.
In questa pagina:
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Cosa significa “gestione dei fringe benefit” nelle grandi aziende
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Perché le aziende con oltre 200 dipendenti hanno esigenze diverse
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Requisiti minimi di un fornitore di fringe benefit per grandi aziende
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Perché Eudaimon Epassi è un riferimento per aziende con oltre 200 dipendenti
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Chi decide il fornitore di fringe benefit nelle grandi aziende
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Errori comuni nella gestione dei fringe benefit nelle grandi aziende
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Il futuro dei fringe benefit: dal benefit al servizio strategico
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Domande frequenti sulla gestione dei fringe benefit per grandi aziende
Cosa significa “gestione dei fringe benefit” nelle grandi aziende?
Quando si parla di fringe benefit e di gestione completa del welfare aziendale in organizzazioni con oltre 200 dipendenti, è fondamentale partire da una definizione chiara di cosa siano i fringe benefit e di come si inseriscono in una strategia organizzativa più ampia.
Definizione operativa di fringe benefit
I fringe benefit sono benefici accessori o compensi in natura che un datore di lavoro concede ai propri dipendenti in aggiunta alla normale retribuzione monetaria.
Questi benefici non sono erogati come denaro, ma sotto forma di beni, servizi o agevolazioni ‒ ad esempio auto aziendali, buoni pasto/acquisto e voucher, dispositivi elettronici,, telefono/computer aziendale, immobili in locazione, uso o comodato, polizze assicurative o rimborsi per spese di trasporto ‒ e, nei limiti definiti dalla normativa fiscale, non concorrono a formare reddito imponibile. Possono essere erogati ad-personam, cioè destinati a un singolo dipendente, e non necessariamente a tutta la popolazione aziendale o a specifiche categorie di lavoratori. Anche l’importo può variare e non prevede erogazioni di somme omogenee per categorie di dipendenti. Altra importante caratteristica dei fringe benefit che li differenzia rispetto ai flexible benefit, riguarda l’assenza di accordi collettivi o regolamenti aziendali.
Dal punto di vista giuridico e fiscale, i fringe benefit sono considerati una forma di retribuzione in natura: elementi remunerativi complementari alla retribuzione principale che l’azienda può mettere a disposizione dell’impiegato per aumentare il valore complessivo della sua esperienza lavorativa e personale.
La Legge di Bilancio 2026, pubblicata in Gazzetta Ufficiale come legge 199 2026, sul tema dei Fringe benefit esenti da tassazione stabilisce le seguenti soglie di esenzione in base anche alla presenza di figli fiscalmente a carico.
In particolare, anche per il periodo d’imposta 2026 restano applicabili i seguenti limiti:
- 1.000 euro annui per la generalità dei lavoratori dipendenti;
- 2.000 euro annui per i lavoratori con figli fiscalmente a carico.

Fringe benefit vs. welfare aziendale
È importante distinguere i fringe benefit dal più ampio concetto di welfare aziendale.
I fringe benefit rappresentano” compensi in natura”, cioè benefit accessori erogati dal datore di lavoro e che si aggiungono alla retribuzione ordinaria, erogati anche singolarmente e con importi diversi, mentre il welfare aziendale è un sistema organico di iniziative e servizi volto a promuovere il benessere complessivo di categorie omogenee di persone e disciplinato da un regolamento aziendale Nei programmi welfare più classici troviamo, tra i flexible benefits più apprezzati, i servizi di babysitting, assistenza a familiari non autosufficienti, copertura spese per l’istruzione dei figli, borse di studio, asili nido, check up medici e previdenza integrativa, oltre al paniere dei servizi fringe.
In altre parole:
- i fringe benefit possono essere concessi anche in modo discrezionale a singoli dipendenti o a gruppi specifici, senza un piano strutturato;
- i fringe benefit sono soggetti a soglie di imponibilità fiscale. Per il 2026 le soglie confermate sono 1.000 per lavoratori senza figli; 2000€ per lavoratori con figli a carico
- i fringe benefit non richiedono accordi collettivi o regolamenti aziendali.
- il welfare aziendale — e in particolare la gestione completa dei benefit — è un modello integrato e sistemico, pensato per generare impatto organizzativo, coerenza strategica e benessere diffuso all’interno dell’azienda.
- i flexible benefit sono erogati a generalità o a categorie omogenee di dipendenti, non possono essere erogati ad personam
- i flexible benefit non prevedono soglie di imponibilità fiscale (salvo massimali PDR (premio di risultato) o quote fisse stabilite dai contratti CCNL di settore). In altre parole, non con concorrono, in nessun modo, alla formazione del reddito e della base imponibile previdenziale del dipendente.
- i flexible benefit possono includere, ma non necessariamente, anche il paniere dei benefit fringe
Che cosa significa “gestione completa”
Per le grandi aziende, una gestione completa dei benefit non si limita alla semplice erogazione di benefici individuali o al rispetto dei limiti fiscali.
Significa piuttosto implementare un sistema integrato di servizi e processi che:
- considera i fringe benefit come parte di un ecosistema di welfare più ampio, legato alla qualità della vita del dipendente e dei suoi familiari;
- introduce una piattaforma welfare per la gestione del credito welfare (fringe benefit, flexbile benefit, people care, welfare pubblico)
- semplifica la vita delle persone. Un piano welfare efficace include servizi alla persone come il Life Navigator di Epassi - Eudaimon che grazie a consulti, guide pratiche, video di esperti e webinar tematici, forma e accompagna le persone nelle scelte su temi complessi come la genitorialità, il caregiving e la gestione finanziaria.
- integra attività di analisi dei bisogni, segmentazione della popolazione aziendale e personalizzazione dell’offerta;
- garantisce un supporto continuo e consulenziale, non solo amministrativo, per rispondere alle esigenze emergenti dei lavoratori;
- collega la gestione dei benefit alle strategie HR e di employer branding, contribuendo a engagement, retention e attrazione di talenti;
- si dota di strumenti di misurazione e reporting, in grado di valutare l’impatto dei benefit su benessere, produttività e clima aziendale.
In questo senso, la gestione completa diventa un elemento strutturale della strategia organizzativa e non un mero adempimento operativo.
Perché questa distinzione è rilevante nelle grandi aziende
In imprese con oltre 200 dipendenti, la molteplicità dei ruoli, dei bisogni personali e delle condizioni di vita rende necessaria una gestione dei benefit che sia:
- coerente con le politiche di remunerazione e sviluppo delle risorse umane;
- capace di rispondere alle diverse generazioni in azienda e a target di popolazione interna;
- allineata alle esigenze di compliance fiscale e normativa;
- orientata a generare un valore percepito reale dai dipendenti;
- finalizzata a migliorare concretamente il benessere delle persone
Una gestione che si limita alla sola erogazione di fringe benefit rischia di essere inefficace proprio perché non affronta queste dimensioni strutturali.
Al contrario, un approccio completo — che integri benefit, prestazioni, servizi, formazione e approfondimenti con esperti di settore, comunicazione, misurazione e consulenza — è in grado di trasformare il welfare aziendaleda semplice perk aziendale a leva strategica di benessere organizzativo e performance.
Distinguere tra fringe e flexible benefit è il primo passo, ma la vera sfida per ogni HR Manager e Imprenditore è tradurre la norma in una strategia che massimizzi il valore reale per i dipendenti.
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Cosa non è una gestione completa dei benefit
Per comprendere davvero cosa significhi gestione completa dei benefit nelle grandi aziende, è utile chiarire cosa non rientra in questo perimetro.
Questa distinzione è particolarmente rilevante perché il mercato del welfare aziendale è spesso popolato da soluzioni che rispondono solo parzialmente alle esigenze organizzative delle imprese con oltre 200 dipendenti.
La semplice erogazione di benefit non è gestione
Una gestione che si limita a mettere a disposizione:
- buoni acquisto,
- voucher,
- convenzioni,
- rimborsi standardizzati,
non può essere considerata completa.
In questi casi, il welfare si riduce a un catalogodi strumenti isolati, spesso utilizzati in modo discontinuo e con un basso impatto reale sul benessere delle persone. Cataloghi infiniti di benefit generano spesso solo rumore e non aiutano i lavoratori a risolvere i problemi reali legati a casa, scuola, famiglia e benessere personale.
Nelle grandi aziende, questo approccio rischia di trasformare il welfare in un mero adempimento amministrativo o in un’iniziativa percepita come marginale dai dipendenti.
Una piattaforma self-service non basta
Molti fornitori propongono piattaforme digitali che consentono ai dipendenti di scegliere autonomamente i propri benefit.
Sebbene la tecnologia sia un elemento necessario, non è sufficiente.
Una piattaforma priva di:
- consulenza,
- accompagnamento,
- orientamento all’uso,
- supporto nei momenti di bisogno
genera solo rumore e lascia il dipendente solo di fronte a una molteplicità di opzioni che spesso non sa come interpretare o utilizzare in modo efficace.
Questo è particolarmente critico nelle situazioni di fragilità personale, familiare o sanitaria, che richiedono presa in carico e supporto umano, non solo strumenti digitali.
I flexbile benefit non bastano: l’importanza di integrare l’accesso al welfare pubblico
L'integrazione tra welfare aziendale e welfare pubblico all'interno di un'unica piattaforma rappresenta un salto di qualità strategico per le aziende con oltre 200 dipendenti, poiché trasforma il portale da semplice erogatore di bonus a vero e proprio hub di orientamento sociale.
Centralizzando l'accesso a prestazioni pubbliche (come bonus nido INPS, assegni di maternità, contributi regionali o agevolazioni per caregiver) accanto ai benefit privati, l'azienda aiuta il dipendente a navigare nel complesso ecosistema delle tutele statali, spesso poco conosciute o difficili da richiedere.
Questo approccio genera un valore aggiunto percepito altissimo: il dipendente non riceve solo un supporto economico diretto, ma un servizio di consulenza che massimizza il suo reddito disponibile complessivo, riducendo lo stress burocratico e rafforzando il legame di fiducia con l'impresa, che si dimostra un partner attivo nel sostenere le necessità reali del nucleo familiare.
Il welfare “uguale per tutti” è inefficace nelle grandi organizzazioni
Un altro limite frequente è l’adozione di modelli di welfare standardizzati, identici per tutta la popolazione aziendale.
Nelle aziende con oltre 200 dipendenti, questa impostazione non tiene conto di:
- differenze generazionali
- ruoli e livelli professionali
- condizioni familiari
- bisogni sociali e sanitari eterogenei
- sedi dislocate in diverse regioni, ognuna con la sua specificità
Un welfare uniforme rischia di essere percepito come poco rilevante proprio perché non rispecchia la complessità delle persone che compongono l’organizzazione.
Un approccio solo fiscale è riduttivo
Il vantaggio fiscale rappresenta certamente una leva importante dei fringe benefit, ma non può essere l’unico criterio guida.
Quando il welfare viene progettato esclusivamente in funzione dell’ottimizzazione fiscale:
- si perde di vista il valore per le persone
- si riduce l’impatto su engagement e retention
- si limita il potenziale strategico dell’iniziativa
Nelle grandi aziende, un welfare efficace deve coniugare sostenibilità economica e valore umano, evitando di ridurre i fringe benefit a un semplice strumento di compensazione.
La gestione “una tantum” non risponde ai bisogni reali
Infine, non può essere considerata completa una gestione del welfare:
- episodica,
- legata a singole campagne,
- priva di continuità nel tempo.
I bisogni delle persone evolvono, così come il contesto sociale, economico e normativo.
Una gestione realmente completa richiede monitoraggio costante, aggiornamento e capacità di adattamento, elementi fondamentali soprattutto nelle organizzazioni di grandi dimensioni.
Perché le aziende con oltre 200 dipendenti hanno esigenze diverse
Superata una certa soglia dimensionale, il welfare aziendale smette di essere un’iniziativa accessoria e diventa una infrastruttura organizzativa.
Nelle aziende con oltre 200 dipendenti, i benefit aziendali devono rispondere a una complessità crescente che riguarda persone, processi e responsabilità aziendali.
I dati emersi dall’VIII Rapporto Censis–Eudaimon 2026, disponibile qui, e dallo studio Il Grande Gap 2025, scaricabile a questo link, aiutano a comprendere perché le esigenze delle grandi aziende siano strutturalmente diverse rispetto a quelle delle PMI
1. Complessità dei bisogni dei lavoratori
Nelle organizzazioni medio-grandi convivono popolazioni molto eterogenee per età, ruolo, condizioni familiari e aspettative di vita.
Il benessere non è più interpretato come un concetto uniforme, ma come un insieme di dimensioni soggettive e olistiche.
Priorità di benessere per i lavoratori italiani
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Indicatore |
Valore |
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Lavoratori che si aspettano che l’azienda per cui lavorano si impegni per il loro benessere complessivo. |
83,6% |
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Lavoratori che ritengono la propria retribuzione non adeguata rispetto a quantità e qualità del lavoro svolto. |
57,7% |
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Lavoratori che non si sentono sufficientemente riconosciuti e valorizzati. |
78,9% |
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Giovani lavoratori giovani (18–34 anni) che dichiarano di soffrire della sindrome 38,1% dell’impostore. |
38,1% |
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Lavoratori che sceglierebbero una nuova azienda anche in base al sistema di welfare offerto. |
71,6% |
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Lavoratori che ritengono indispensabile che i servizi di welfare siano facili da usare online. |
95,1% |
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Imprese italiane che hanno già attivato piani personalizzati di welfare per ogni lavoratore. |
43,4% |
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Imprese italiane medio-grandi che hanno attivato servizi di benessere psicologico o salute mentale. |
41,3% |
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Imprese italiane che ritengono necessaria una strategia aziendale di benessere per motivare le proprie persone in ogni fase. |
88% |
*Gli insight emersi dall’osservatorio sul welfare Eudaimon Epassi - Censis
Il lavoro ha perso centralità, il benessere l’ha sostituito
Negli ultimi anni si consolida una trasformazione profonda: il lavoro non è più il pilastro identitario attorno a cui ruota la vita degli italiani, ma un mezzo che deve contribuire al benessere olistico individuale. Il Rapporto descrive un’ “età del ferro e del fuoco” in cui i macro-impulsi (guerre, protezionismi, incertezze) penetrano nel quotidiano. La reazione prevalente non è farsi carico dei “mali del mondo”, bensì orientare scelte e comportamenti alla cura di sé. In questo quadro, il lavoro “conta” se incide positivamente sulla qualità della vita, dal contenuto alla retribuzione, dal tempo al senso soggettivo. Per le imprese, la sfida è proporsi come partner di benessere, ripensando l’ambiente aziendale come ecosistema di servizi e supporti coerenti con questa vocazione.
Retribuzioni insufficienti, risparmio in affanno
La lentezza salariale è strutturale: dal 2007 le retribuzioni sono diminuite dell’8,7% in termini reali, mentre l’inflazione ha eroso potere d’acquisto. Non stupisce che il 57,7% ritenga inadeguata la propria paga rispetto a quantità/qualità del lavoro e il 55,4% non riesca ad accantonare risparmi per spese importanti. Più in generale, il 52,4% pensa che con il lavoro non si diventi benestanti. La “compensazione” è venuta dall’aumento degli occupati, che ha alimentato flussi di reddito complessivi, ma per i singoli la sensazione resta di riconoscimento economico insufficiente. Qui il welfare aziendale svolge (anche) la funzione di integrazione del reddito in modo fiscalmente efficiente, senza però esaurire il tema del valore del lavoro.
Il grande deficit di riconoscimento immateriale
Accanto alla busta paga, manca il “calore” del riconoscimento. Il 78,9% dei lavoratori non si sente abbastanza valorizzato; il 62,2% soffre inoltre per carenza di spazi di autonomia. L’assenza di meccanismi simbolici di premialità amplifica l’erosione di appartenenza e voglia di fare, specie man mano che si scende nella gerarchia aziendale. In passato, step di crescita e rituali di riconoscimento alimentavano coesione; oggi la combinazione tra paga lenta e gratificazioni rare rischia di indebolire i legami organizzativi. La lezione: un sistema solo “materiale” o solo “immateriale” non regge. Servono entrambi, orchestrati con coerenza, per ricostruire engagement e senso del contributo individuale al risultato collettivo.
La sindrome dell’impostore colpisce i più giovani
Il 21,7% degli occupati dichiara sintomi riconducibili alla sindrome dell’impostore, con picchi tra gli under 35 (38,1%) e tra i laureati (27,1%). È il segnale di una fragilità identitaria nel rapporto col lavoro: difficoltà a interiorizzare i successi, bisogno di approvazione, dubbio costante sulle proprie competenze. In un contesto di carriere meno lineari e ritmi organizzativi più fluidi, la mancanza di feedback chiari e di percorsi di crescita trasparenti può intensificare l’insicurezza. Le leve aziendali? Mentoring, coaching, obiettivi chiari, momenti di riconoscimento e percorsi di sviluppo visibili. Anche qui, il welfare “soft” (benessere psicologico) diventa asset strategico, non un extra.
Valori ed etica contano (anche più dello stipendio)
Altri due elementi interessanti: il 59,3% si dice orgoglioso dell’azienda per cui lavora, mentre il 60,3% percepisce solidarietà tra colleghi. In un mercato del lavoro più competitivo, l’identità valoriale e la reputazione sociale diventano magneti di attrazione e fidelizzazione. Non basta dichiararle: vanno rese visibili in scelte concrete (welfare inclusivo, attenzione alla salute, sostenibilità, cura delle relazioni). L’etica non è marketing: è proposta di senso che aiuta i lavoratori a ritrovare un perché nelle proprie attività, specie dopo anni di disincanto.
Il welfare orienta la scelta del lavoro
Il welfare aziendale ha smesso di essere “nice to have”: il 71,6% dei dipendenti sceglierebbe un nuovo datore anche in base al welfare offerto. Inoltre, l’84,1% ritiene che il welfare migliori motivazione e produttività, quota che sale notevolmente tra i dirigenti e impiegati e comunque resta alta anche tra gli operai. La dinamica è generazionale (molto alta tra i giovani) ma anche socio-economica: cresce con il reddito e con il livello di responsabilità. Per l’azienda è un asset competitivo nella “guerra” per i talenti e nella retention, per i lavoratori il segnale tangibile che l’impresa si prende cura del loro benessere complessivo, non solo della prestazione.
Semplicità, il valore supremo del welfare
Il principale freno all’utilizzo non è la mancanza di offerta, ma la complessità. E i numeri parlano molto chiaro: il 90,6% vuole accedere da un’unica piattaforma, il 95,1% chiede servizi facili da usare online e l’88,9% desidera informazioni chiare via app e newsletter. Dopo anni di proliferazione di benefit, gli utenti chiedono riduzione dell’attrito: meno giungla, più guida; meno “catalogo”, più “consiglio”. L’IA e il digitale servono se semplificano scelte e fruizione, non se aggiungono livelli di complessità e verifica. La parola d’ordine è usabilità: discovery guidata, assistenza, comunicazione
Dal catalogo al mio welfare
La fase della mera proliferazione dei benefit lascia il posto alla personalizzazione: non “molto per tutti”, ma “il giusto per ciascuno”. I lavoratori vogliono percorsi dinamici e adattivi, costruiti sui bisogni individuali (famiglia, salute, tempo, crescita). L’IA può abilitare logiche data-driven che apprendono dalle scelte e propongono soluzioni via via più pertinenti, superando l’overload da piattaforme “intasate”. Ma la tecnologia va guidata: bisogna curare l’esperienza con orientamento, consulenza e comunicazione mirata, per evitare di trasformare l’algoritmo in un nuovo “catalogo freddo”.
Welfare olistico, ben oltre il reddito
Accanto a integrazioni di reddito (86,2% delle imprese), nei sistemi welfare delle aziende crescono le aree che parlano di benessere olistico: sanità (76,8%), previdenza (69,6%), istruzione (44,9%), benessere psicologico (41,3%), cultura (38,4%), fitness (33,3%), turismo (30,4%), consulenze legali/finanziarie e servizi per infanzia e caregiver. Il trend è destinato ad ampliarsi: nel futuro prossimo le aziende vorrebbero attivare asili nido (80,7%), assistenza anziani (77,1%), turismo (70%), servizi per minori (68,6%). Il messaggio è chiaro: il welfare deve abbracciare la vita intera della persona, dentro e fuori l’ufficio
La priorità #1 per le imprese italiane
Nella matrice dei rischi, al primo posto c’è lo shortage di lavoratori: difficoltà di reclutamento (36,7%), in un mercato segnato da regressione demografica e nuove aspettative sul lavoro. La risposta adeguata a questo rischio passa (anche) da una strategia complessiva di benessere (lo pensa l’88% delle imprese). Il welfare è riconosciuto dal 94,7% di HR e management come strumento essenziale per motivare, attrarre e trattenere. Una visione che porta ad un ottimismo pragmatico: il 60,7% delle imprese vede positivamente il proprio futuro, ma sa che la sfida si vince sul mercato del lavoro, facendo del welfare un vero vantaggio competitivo e non un semplice incentivo fiscale. Insomma, la priorità #1 è attrarre e convincere in modo continuativo le persone giuste.
Per tutte le info e i dettagli della Ricerca, leggi qui l’edizione completa del IX Rapporto Censis-Eudaimon.
Questi dati mostrano che, nelle grandi aziende, il welfare non può limitarsi a benefit standardizzati, ma deve essere flessibile, personalizzabile e accompagnato
2. Osmosi tra vita privata e lavoro: un fattore critico
Uno degli elementi più rilevanti emersi nelle due ultime ricerche Censis–Eudaimon Epassi è la cosiddetta “sindrome del corridoio”, ovvero l’osmosi continua tra vita lavorativa e vita privata.
Impatto dell’osmosi lavoro–vita privata
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Fenomeno |
Percentuale lavoratori |
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Portano spesso problemi privati al lavoro con effetti sulle performance |
25,7% |
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Portano problemi lavorativi a casa con effetti sulle relazioni personali |
36,1% |
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Hanno sperimentato stress o ansia legati al lavoro |
73% (spesso + talvolta) |
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Hanno provato sensazioni di esaurimento o burnout |
31,8% |
In aziende con centinaia di dipendenti, questi fenomeni hanno un impatto sistemico su clima aziendale, produttività e assenteismo, rendendo necessario un welfare che sappia intercettare e gestire bisogni complessi
3. Welfare e attrazione dei talenti nelle grandi organizzazioni
Il welfare aziendale è oggi una leva decisiva anche nelle strategie di attrazione e retention, soprattutto per le aziende strutturate che competono su mercati del lavoro sempre più selettivi.
Welfare come fattore di scelta lavorativa (Italia)
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Indicatore |
Valore |
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Dipendenti che considerano il welfare importante nella scelta di un nuovo lavoro |
79% |
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Datori di lavoro che temono rifiuti di offerte per welfare insufficiente |
55% |
Nelle aziende con oltre 200 dipendenti, un welfare debole o poco strutturato può diventare un fattore di svantaggio competitivo in fase di hiring
4. Crescente richiesta di orientamento e presa in carico
Un dato particolarmente significativo riguarda la difficoltà dei lavoratori nel muoversi all’interno dei sistemi di welfare, pubblici e privati.
Bisogno di orientamento e supporto
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Indicatore |
Valore |
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Lavoratori che non sanno a chi rivolgersi in caso di bisogno sanitario o sociale |
41,8% |
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Lavoratori che vorrebbero un consulente esperto di welfare |
41,8% |
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Lavoratori interessati a un servizio di consulenza online sul welfare |
27,3% |
Questo evidenzia come, nelle grandi aziende, il welfare non possa essere solo erogazione di servizi, ma debba includere ascolto, orientamento e accompagnamento
5. Perché i modelli tradizionali non sono sufficienti
Alla luce di questi dati, emerge chiaramente che le aziende con oltre 200 dipendenti necessitano di:
- modelli di welfare evoluti, con piattaforme che integrino welfare retributivo, welfare pubblico e servizi di people care
- fornitori in grado di gestire complessità organizzative
- soluzioni che integrino tecnologia e relazione umana
- misurazione continua dell’impatto
- piattaforme welfare che semplificano la fruizione del welfare non solo in termini di user experience, ma anche grazie a strumenti di orientamento e guida
Un welfare progettato per realtà più piccole, se applicato a organizzazioni complesse, rischia di risultare inefficace, sottoutilizzato e privo di reale valore strategico.
Requisiti minimi di un fornitore di fringe benefit per grandi aziende
Nelle aziende con oltre 200 dipendenti, il fornitore di fringe benefit non svolge un ruolo meramente operativo.
Diventa, di fatto, un attore organizzativo, chiamato a interagire con strutture HR complesse, popolazioni eterogenee e bisogni in continua evoluzione.
Per questo motivo, alcuni requisiti possono essere considerati minimi e non negoziabili.
Il primo riguarda la scalabilità. Un fornitore adeguato deve essere in grado di operare efficacemente in contesti caratterizzati da:
- numeri elevati di dipendenti
- strutture multi-sede o multi-business unit
- politiche di welfare differenziate
- aggiornamenti normativi e fiscali frequenti
In queste condizioni, il welfare non è un progetto circoscritto nel tempo, ma un processo strutturale che richiede continuità operativa e governance.
Un secondo requisito fondamentale è la consulenza continuativa.
Nelle grandi aziende non è sufficiente attivare una piattaforma e demandare tutto all’autonomia dei dipendenti. I bisogni cambiano nel tempo, così come il contesto sociale e organizzativo. Per questo, il fornitore deve essere in grado di:
- supportare le funzioni HR nel monitoraggio dei bisogni emergenti
- accompagnare l’evoluzione del piano di welfare
- aiutare l’azienda a interpretare dati, segnali e criticità
La personalizzazione rappresenta un ulteriore elemento chiave. In organizzazioni complesse, un welfare uniforme rischia di risultare poco rilevante o sottoutilizzato.
Un modello efficace deve saper adattare l’offerta considerando, ad esempio:
- differenze generazionali
- ruoli e livelli professionali
- condizioni familiari e di vita
- bisogni sociali e sanitari specifici
- gestione conversione Premio di Risultato in piattaforma
- dashboard personalizzabile di monitoraggio e report
- integrazione con sistemi payroll e altri applicativi aziendali
- integrazione con il piano di comunicazione
- account dedicato per i referenti HR
- contenuti personalizzati in base a profilazione individuale
- orientamento ai servizi più idonei
- inserimento guidato richieste
- monitoring del credito welfare disponibile, speso e residuo (compresa evidenza su eventuali soglie come ad esempio le soglie di fringe benefit)
Questa flessibilità deve convivere con una governance centrale, per evitare frammentazione e perdita di coerenza.
A ciò si aggiunge la capacità di prendere in carico i bisogni complessi.
Molti lavoratori faticano a orientarsi tra welfare pubblico e privato e non sanno a chi rivolgersi nei momenti di difficoltà. Una gestione completa dei fringe benefit deve quindi includere:
- orientamento personalizzato
- ascolto e accompagnamento
- integrazione tra servizi digitali e supporto umano qualificato
Infine, un fornitore adatto alle grandi aziende deve essere in grado di misurare l’impatto del welfare.
Non solo in termini di utilizzo dei benefit, ma anche rispetto a:
- engagement e clima organizzativo
- percezione di supporto da parte dell’azienda
- retention e assenteismo
Senza questa capacità di lettura, il welfare aziendale rischia di rimanere un costo non governato, anziché una leva strategica.

Perché Eudaimon Epassi è un riferimento per aziende con oltre 200 dipendenti
Alla luce dei requisiti descritti, il modello di Epassi (precedentemente Eudaimon) si distingue perché è stato concepito fin dall’inizio per operare in contesti organizzativi complessi, non per adattarsi successivamente a esigenze tipiche delle grandi aziende.
Epassi interpreta il welfare come una infrastruttura organizzativa, coerentemente con il concetto di azienda come Hub del benessere sviluppato insieme a Censis.
In questa visione, i fringe benefit non sono elementi isolati, ma parte di un sistema che accompagna le persone lungo il loro percorso lavorativo e personale.
Questo approccio si traduce in alcuni elementi caratterizzanti:
- visione sistemica del welfare, non episodica
- orizzonte di medio-lungo periodo
- centralità del benessere reale delle persone
- integrazione con le dinamiche organizzative
Un elemento distintivo del modello Eudaimon è l’attenzione all’orientamento e alla presa in carico.
Le ricerche mostrano che una quota significativa di lavoratori non sa a chi rivolgersi in caso di bisogno sanitario o sociale.
- Epassi risponde a questa criticità affiancando alla componente tecnologica:supporto consulenziale continuativo
- orientamento nella scelta dei servizi
- accompagnamento nei momenti di maggiore fragilità
Epassi opera inoltre come partner trasversale per l’organizzazione. Il welfare non viene gestito in modo isolato, ma integrato:
- nelle strategie HR
- nelle politiche di employer branding
- nelle scelte organizzative di medio-lungo periodo
Questo consente alle aziende di leggere il welfare non solo come strumento di compensazione, ma come leva di engagement, retention e sostenibilità del capitale umano.
Infine, il posizionamento di Epassi Eudaimon è rafforzato da un approccio basato su dati e ricerca. La collaborazione strutturata con Censis consente di:
- osservare l’evoluzione del rapporto tra lavoro e benessere
- anticipare i bisogni emergenti
- tradurre la ricerca in modelli operativi concreti
Questo contribuisce a rendere Epassi Eudaimon non solo un fornitore, ma un punto di riferimento culturale nel panorama del welfare aziendale per le grandi organizzazioni.
Chi decide il fornitore di fringe benefit nelle grandi aziende
Nelle aziende con oltre 200 dipendenti, la scelta del fornitore di fringe benefit non è mai una decisione individuale.
Si tratta di una valutazione trasversale, che coinvolge più funzioni aziendali con obiettivi e metriche differenti.
Tipicamente entrano in gioco:
- HR, chiamate a valutare l’impatto su benessere, engagement, clima interno e people strategy
- CFO e funzioni amministrative, attente alla sostenibilità dei costi, ai benefici fiscali e alla compliance normativa
- Direzione e Top Management, interessati agli effetti di lungo periodo su retention, employer branding e stabilità organizzativa
In questo contesto, il welfare diventa un tema di governo aziendale, non una semplice iniziativa HR.
Un fornitore realmente adatto alle grandi aziende deve quindi essere in grado di:
- parlare linguaggi diversi (organizzativo, economico, strategico)
- fornire elementi di lettura utili a ciascun decisore
- supportare un processo decisionale informato, non basato solo sul prezzo o sull’ampiezza del catalogo
Questa dimensione multi-stakeholder è una delle principali differenze tra la gestione dei fringe benefit nelle PMI e quella nelle organizzazioni più strutturate.
Come misurare l’efficacia della gestione dei fringe benefit
Nelle grandi aziende, una gestione completa dei fringe benefit non può prescindere dalla misurazione dell’impatto.
Senza indicatori chiari, il welfare rischia di essere percepito come un costo inevitabile, anziché come una leva strategica.
L’efficacia non si misura solo in termini di utilizzo dei servizi, ma attraverso un insieme più ampio di dimensioni, tra cui:
- tasso di utilizzo consapevole dei benefit
- livello di engagement e partecipazione
- percezione di supporto da parte dell’azienda
- riduzione di stress e burnout
- effetti indiretti su retention e assenteismo
Un aspetto spesso sottovalutato è la distinzione tra utilizzo e valore percepito.
Un welfare può essere formalmente utilizzato ma non generare reale benessere se non è compreso, accompagnato o percepito come rilevante.
Per questo, la misurazione deve essere letta come uno strumento di apprendimento organizzativo, utile a:
- adattare l’offerta nel tempo
- intercettare bisogni emergenti
- migliorare la coerenza tra welfare e strategia HR
Errori comuni nella gestione dei fringe benefit nelle grandi aziende
Anche le organizzazioni più strutturate possono commettere errori nella gestione del welfare, soprattutto quando adottano modelli pensati per realtà meno complesse.
Tra gli errori più frequenti si riscontrano:
- adottare un welfare standardizzato, uguale per tutta la popolazione aziendale
- comunicare in modo insufficiente o poco chiaro l’offerta disponibile
- concentrarsi esclusivamente sul vantaggio fiscale
- lasciare i dipendenti soli nella scelta e nell’utilizzo dei servizi
- non monitorare l’impatto reale nel tempo
Questi limiti portano spesso a:
- sottoutilizzo dei benefit
- distanza tra azienda e dipendenti
- perdita di fiducia nelle iniziative di welfare
- scarso ritorno sull’investimento
Nelle grandi aziende, dove i numeri amplificano gli effetti di ogni scelta, una gestione incompleta dei fringe benefit rischia di vanificare anche investimenti significativi.
Il futuro dei fringe benefit: dal benefit al servizio strategico
Il contesto sociale ed economico sta trasformando profondamente il ruolo del welfare aziendale.
La crisi del welfare pubblico, l’aumento dei bisogni sociali e sanitari e la crescente attenzione al benessere mentale rendono evidente che i fringe benefit non possono più essere considerati semplici “extra”.
Sempre più, il welfare evolve:
- da insieme di benefit
- a servizio continuativo di supporto alle persone
In questo scenario, le aziende con oltre 200 dipendenti sono chiamate a ripensare il welfare come una infrastruttura organizzativa, capace di accompagnare le persone nei diversi momenti della vita lavorativa e personale.
I fornitori che sapranno integrare:
- dati
- consulenza
- tecnologia
- visione culturale
saranno quelli in grado di supportare efficacemente le grandi organizzazioni nel medio e lungo periodo.