I buoni pasto deducibili e detraibili seguono regole diverse a seconda di chi li compra e per chi. L'azienda che li dà ai dipendenti deduce l'intero costo e detrae l'IVA al 4%. Il professionista che li usa per sé si ferma al 75%, entro il 2% dei compensi. Il forfettario non deduce nulla.
Due fatture identiche da 1.000 euro di buoni pasto possono valere, in dichiarazione, 1.000 euro, 750 euro oppure zero. Cambia soltanto chi le intesta e chi spenderà i buoni. Da qui nasce la confusione. La formula che circola più spesso, «deducibili dal 75% al 100%, IVA detraibile», mette nella stessa frase casi che vanno tenuti separati.
Che differenza c'è tra buoni pasto deducibili e detraibili?
Un buono pasto è deducibile quando il suo costo riduce il reddito su cui si calcolano le imposte. È detraibile quando l'IVA pagata sull'acquisto può essere recuperata da un soggetto IVA. Sono due vantaggi distinti, con regole proprie. In pratica, un'azienda può dedurre il 100% del costo dei buoni destinati ai dipendenti e, insieme, detrarre l'IVA al 4% della fattura.
Tenerli separati evita l'errore più diffuso: scrivere che i buoni pasto sono «detraibili al 100%». La frase non dice quanto costo si deduce né quale IVA si recupera.
| Chi acquista e per chi | Deducibilità | Limite | IVA |
|---|---|---|---|
| Azienda, buoni ai dipendenti | 100% | Inerenza e competenza | 4%, detraibile |
| Professionista, buoni ai dipendenti | 100% | Inerenza e competenza | 4%, detraibile |
| Professionista ordinario, uso proprio | 75% | Massimo 2% dei compensi percepiti | 10%, detraibile se inerente |
| Imprenditore individuale, uso proprio | 75% | Inerenza all'attività | 10%, detraibile se inerente |
| Regime forfettario | Nessuna deduzione analitica | Reddito da coefficiente | Non detraibile |
Lo stesso buono da 10 euro cambia regime fiscale in base a chi lo spende a pranzo. Per chi acquista, la domanda da farsi prima di ogni calcolo è una sola: questi buoni finiranno a un dipendente o a me?
Per l'azienda che li dà ai dipendenti il costo è deducibile al 100%
Un'azienda che acquista buoni pasto per i dipendenti deduce l'intero costo dal reddito d'impresa, nel rispetto dei principi di inerenza e competenza. La deduzione integrale vale anche ai fini IRAP. È uno dei motivi per cui il buono pasto resta uno degli strumenti più usati anche dalle piccole imprese.
Il limite del 75% vale per i ristoranti e resta fuori dal servizio mensa
Il taglio al 75% dell'art. 109, comma 5, del TUIR colpisce le spese per somministrazione di alimenti e bevande: la cena con un cliente, il pranzo di lavoro al ristorante. Con la circolare n. 6/E del 3 marzo 2009 l'Agenzia delle Entrate ha chiarito che i ticket restaurant sono un servizio sostitutivo di mensa, cioè un servizio complesso, paragonabile a una convenzione con un esercizio pubblico. Per questo il limite non si applica.
Il pranzo che il titolare offre a un fornitore e i buoni che l'azienda carica ogni mese sulle card del personale possono avere lo stesso importo. Seguono però due articoli diversi del TUIR.
L'IVA al 4% sui buoni dei dipendenti è detraibile
La società emittente fattura all'azienda il servizio sostitutivo di mensa con IVA al 4%, l'aliquota prevista per le mense aziendali (DPR 633/1972, tabella A, parte II, n. 37). Dopo le modifiche introdotte dall'art. 83, comma 28-bis, del DL 112/2008, quell'IVA è detraibile quando il costo è inerente all'attività.
Sui buoni cartacei la prassi operativa più diffusa esclude la detrazione [VERIFICA FONTE: riferimento normativo da confermare]. Per chi usa ancora il blocchetto è un argomento in più a favore del formato elettronico, che nel 2026 offre anche una soglia di esenzione più alta per chi riceve i buoni.
Un buono da 12 euro resta deducibile per l'azienda
La soglia dei 10 euro protegge il reddito del dipendente. La deducibilità segue invece il costo dell'azienda, con regole proprie. Dal 1° gennaio 2026 la Legge n. 199/2025 ha portato a 10 euro al giorno la quota del buono elettronico che non concorre al reddito di chi lo riceve, mentre per i cartacei resta 4 euro.
Se l'azienda eroga buoni elettronici da 12 euro, il dipendente vede 2 euro al giorno entrare nell'imponibile. Per l'azienda la quota eccedente diventa retribuzione in natura e resta un costo per il personale: superare la soglia non rende indeducibile la spesa. Come si legge quell'eccedenza nel cedolino è spiegato nella guida ai buoni pasto in busta paga (link suggerito: /buoni-pasto-busta-paga/, articolo in pubblicazione, non ancora nella site map).
Il professionista che compra buoni per sé deduce il 75%, entro il 2% dei compensi
Per il lavoratore autonomo in regime ordinario, i buoni usati per il proprio pranzo sono spese di vitto. L'art. 54-septies del TUIR le rende deducibili al 75% e comunque entro il 2% dei compensi percepiti nel periodo d'imposta. Il riferimento è ai compensi incassati: il «2% del fatturato» che si legge spesso online è una semplificazione imprecisa.
Con i dipendenti, lo studio ragiona come un'azienda
Quando uno studio professionale acquista buoni per i propri dipendenti, il costo è integralmente deducibile anche dal reddito di lavoro autonomo e l'IVA al 4% è detraibile. Il 75% riguarda soltanto i buoni che il titolare usa per sé.
A marzo, sfogliando le fatture di uno studio di architettura, il commercialista trova dodici ricariche di buoni pasto dallo stesso fornitore. Sei sono per le due collaboratrici assunte. Sei sono per il titolare.
Stesso fornitore, stesso mese, due regimi fiscali: da una parte deduzione piena e IVA al 4%, dall'altra il 75% con tetto e IVA al 10%.
Il doppio limite si calcola in due passaggi
Prima si calcola il 75% della spesa, poi lo si confronta con il 2% dei compensi percepiti. Si deduce il valore più basso. Quando l'IVA viene detratta, la spesa si considera al netto dell'imposta.
- Compensi 60.000 €, spesa 1.000 €: il 75% vale 750 €, il tetto è 1.200 €. Si deducono 750 €.
- Compensi 80.000 €, spesa 1.800 €: il 75% vale 1.350 €, il tetto è 1.600 €. Si deducono 1.350 €.
- Compensi 50.000 €, spesa 2.000 €: il 75% vale 1.500 €, il tetto è 1.000 €. Si deducono 1.000 €.
Casi a confronto · Regole 2026
Quanto si deduce da una spesa in buoni pasto
Quota dedotta sulla spesa sostenuta
Il tetto del 2% pesa soprattutto su chi incassa meno. A parità di spesa, è il professionista con compensi più bassi a perdere deduzione per primo.
Per un professionista con compensi contenuti, buoni pasto e scontrini del ristorante finiscono nello stesso contenitore: il tetto del 2% è unico e comprende tutte le spese di vitto e alloggio. Il ticket semplifica la raccolta delle ricevute. Lo spazio di deduzione resta lo stesso.
IVA al 10% detraibile e pagamento tracciabile
Sui buoni acquistati per uso personale l'emittente applica IVA al 10%, detraibile se la spesa è inerente all'attività e documentata da fattura intestata alla partita IVA. Dal 2025 serve un'attenzione in più. La Legge di Bilancio 2025 e il DL 84/2025 subordinano la deducibilità delle spese di vitto sostenute in Italia al pagamento con strumenti tracciabili. Pagare le ricariche con bonifico o carta e conservare la fattura è la scelta che mette al riparo.
Il 75% sui buoni del professionista viene dalla prassi
L'art. 54-septies parla di prestazioni alberghiere e somministrazioni di alimenti e bevande, senza citare i buoni pasto. Il 75% sui ticket usati dal professionista è il trattamento adottato da operatori e consulenti, che riconducono il buono al pasto che permette di consumare. Per l'imprenditore individuale che li usa per sé la logica è simile: la spesa rientra nel 75% dell'art. 109, comma 5, senza il tetto del 2% previsto per i professionisti, purché sia inerente all'attività.
IVA al 4% o al 10%: l'aliquota segue chi compra e per chi
Le due aliquote convivono perché riguardano rapporti diversi della stessa filiera. Il 4% si applica quando l'emittente vende il servizio sostitutivo di mensa a un datore di lavoro per il personale. Il 10% riguarda altri passaggi: il rapporto tra società emittente ed esercenti convenzionati e l'acquisto di buoni da parte di una partita IVA per uso personale.
Chi riceve una fattura al 10% per buoni destinati ai dipendenti ha quindi un motivo concreto per chiedere una verifica al fornitore. La differenza di sei punti si ripete su ogni ricarica, ogni mese.
Nel regime forfettario i buoni pasto non abbassano le tasse
Un forfettario può acquistare buoni pasto, anche per eventuali dipendenti. Il costo però non riduce il reddito imponibile. Nel regime forfettario il reddito si determina applicando ai ricavi o ai compensi il coefficiente di redditività dell'attività (L. 190/2014, art. 1, commi 54-89): i costi reali, buoni compresi, sono già assorbiti in quella percentuale.
Anche l'IVA segue la stessa logica. Il forfettario non la applica sulle proprie fatture e non detrae quella sugli acquisti: mille euro di buoni costano mille euro, IVA compresa. Per i dipendenti di un forfettario, invece, nulla cambia: il buono resta esente entro le soglie di legge.
Chi acquista buoni pasto prende due decisioni: quanto dare e a chi. La prima pesa sul budget. La seconda pesa sulla dichiarazione, e spesso vale di più.
Sapere cosa serve davvero alle persone che lavorano con te, e renderlo semplice da usare. Da lì si costruisce.
FAQ - Domande frequenti sul credito welfare non utilizzato
I buoni pasto sono deducibili al 100%?
Sì, per il datore di lavoro che li acquista per i dipendenti: la circolare n. 6/E/2009 dell'Agenzia delle Entrate esclude il limite del 75% previsto per le spese di ristorazione. Per il professionista che li usa personalmente valgono invece le regole delle spese di vitto, con deduzione al 75% entro il 2% dei compensi.
Quanto può dedurre un professionista con i buoni pasto?
Il 75% della spesa, entro un tetto pari al 2% dei compensi percepiti nell'anno, come prevede l'art. 54-septies del TUIR. Si calcolano entrambi i valori e si deduce il più basso. Con compensi di 50.000 euro e 2.000 euro di buoni, la deduzione si ferma a 1.000 euro.
L'IVA sui buoni pasto è detraibile?
Sì, quando la spesa è inerente e documentata da fattura. L'azienda che acquista buoni elettronici per i dipendenti detrae l'IVA al 4%. Il professionista in regime ordinario che li usa per sé detrae l'IVA al 10%. Il contribuente forfettario non detrae l'IVA sugli acquisti.
Perché sui buoni pasto c'è IVA al 4%?
L'aliquota ridotta del 4% si applica al servizio sostitutivo di mensa che la società emittente fornisce a un datore di lavoro per il proprio personale. È la stessa aliquota prevista per le mense aziendali e riguarda solo quel rapporto della filiera del buono pasto.
Perché una partita IVA paga i buoni pasto con IVA al 10%?
Quando un professionista o un imprenditore acquista buoni per il proprio consumo manca il rapporto di mensa aziendale con dei dipendenti. L'acquisto segue quindi l'aliquota del 10% prevista per la somministrazione di alimenti e bevande, detraibile se la spesa è inerente all'attività.
I buoni pasto sono deducibili nel regime forfettario?
No, perché il reddito forfettario si calcola applicando un coefficiente di redditività ai ricavi o ai compensi, senza sottrarre i costi effettivi. Il forfettario può comunque acquistare buoni pasto, anche per i dipendenti, ma la spesa non genera deduzioni né detrazione dell'IVA.
Il limite di 10 euro è anche il limite di deducibilità?
No. I 10 euro al giorno previsti dal 2026 per i buoni elettronici, e i 4 euro per i cartacei, indicano la quota che non concorre al reddito del dipendente. Il costo sostenuto dall'azienda segue regole di deducibilità proprie e resta deducibile anche quando il buono supera la soglia.
I buoni pasto vanno pagati con strumenti tracciabili?
Per i professionisti, dal 2025 la deducibilità delle spese di vitto sostenute in Italia è subordinata al pagamento tracciabile, come previsto dalla Legge di Bilancio 2025 e dal DL 84/2025. Pagare le ricariche con bonifico o carta e conservare la fattura intestata alla partita IVA è la scelta più sicura.